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A proposito dell'articolo che abbiamo segnalato qualche giorno fa sullo "scandalo" del non profit, vi proponiamo un'intervista alla giornalista Valentina Furlanetto che parla del suo prossimo libro.

Ci piacerebbe sapere come la pensate voi: "le spese generali sono parte della causa" come sostenuto da Valerio Melandri nel primo articolo (http://bit.ly/W4Ibyh) o "non è possibile che venga usata [...] la stessa percentuale per finanziare i progetti umanitari e per fare marketing" come dice l'autrice del libro "L'industria della carità"? http://bit.ly/VLsXwZ
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Andrea Vanini · Secondo me la risposta può risiedere nella definizione stessa di attività sociale: una nonprofit, in generale, utilizza i propri "fattori produttivi" (persone e capitale) a favore di una causa, di un progetto, di altre persone. Si può parlare di inefficienza quando una gran parte di fondi viene sprecata, ma i fondi destinati alla promozione di una causa sociale fanno parte della causa stessa, a mio parere. Credo che la generalizzazione in tutti i casi sia sbagliata, trovo questa particolarmente sbagliata però, perché fornisce ancora una volta una definizione distorta di attività sociale.

2013-01-28T20:09:31+01:00


Edoardo Faletti · Sulla trasparenza siamo tutti d'accordo, ma non ritengo corretto neanche questo tipo di pensiero "Quando glorifichiamo l'associazionismo e il volontariato dovremmo ricordarci di guardare anche al rovescio della medaglia e quindi a uno Stato che non fa il suo dovere". È impensabile che lo Stato pensi a tutto (e soprattutto che lo pensi bene come alcune noprofit), ma è anche vero che, soprattutto in un periodo di tagli, le famiglie si rivolgono alle noprofit anche per ricevere quei servizi di base che lo Stato non dispensa più.

2013-01-29T10:41:04+01:00


Simona Biancu · Io sono d'accordo con Valerio Melandri. Non capisco il senso di discutere di "tot alla causa, tot all'organizzazione per le spese". Nel senso che ritengo che, come dice appunto Melandri, tutto è "il progetto", e scindere queste due voci risulta, a mio parere, più un esercizio capzioso collegato allo storico del nonprofit italiano che qualcosa che abbia davvero senso. La mia impressione rispetto a quanto sostiene l'autrice de "L'industria della carità" è che si parli per blocchi, facendo emergere un monolite compatto chiamato nonprofit che non tiene conto della realtà e della sua evoluzione. Non so, io ho avuto l'impressione di tornare indietro di parecchi anni, come se tutto quello di cui da un bel po' di tempo si discute tra coloro che lavorano (intendendo il termine in senso onnicomprensivo, quindi riferito anche ai volontari, operatori, ecc) nel terzo settore fosse semplicemente scivolato via come acqua fresca. So che la realtà, poi, non è così, però la sensazione di amaro in bocca resta.

2013-01-29T14:44:47+01:00


Elena Zanella · Sto leggendo il libro, con calma a dire il vero. Tra lavoro e bimbo non ho molto tempo. Di certo, questo aspetto è fondamentale e sono molte le cose che varrebbe la pena approfondire. In merito a questo tema ritengo anch'io necessario fare cultura in modo che passi il concetto che i due aspetti non possono in nessun caso venir scissi! Sennò è alibi. Punto e stop. Facciamo ora un passo oltre: consideriamo il progetto nella sua globalità. Come si fa a calcolarne il valore reale? Molto semplicemente, il valore di un progetto è costituito da una serie di elementi distinti che concorrono, insieme, a dargli corpo. E quindi? Di cosa stiamo parlando? Ci scandalizziamo se diciamo che se un progetto è costituito da diverse voci allo stesso modo lo è il mezzo attraverso il quale il progetto si realizza? Non so se ho reso bene l'idea... Concludo dicendo che, allo stesso modo, anche il lavoro del volontariato sarebbe non solo ingenuo ma anche immaturo considerarlo estraneo da concetti economico-finanziari. Detto in altri termini: non è che se non c'è transazione significa che non c'è nessun costo... Un bravo amministratore è assolutamente consapevole che quel che c'è dietro la gratuità, il progetto, la donazione, è ben più complesso di quel che possa sembrare.
Sono andata fuori tema? Magari sì o magari no. Quel che è certo è che forse dovremmo tutti imparare a imporre il valore (morale) del nostro operato e dare valore (economico) al nostro agire a chi di valore (morale + economico) non vuole nemmeno sentirne parlare. Grazie per avermelo chiesto e buon lavoro.

2013-01-29T21:53:00+01:00



Edoardo Faletti · Direi che mette una bella pietra tombale sul libro. Ora speriamo che la fiducia tanto duramente conquistata dalle nonprofit non venga messa in discussione da qualcuno.

2013-01-30T15:17:11+01:00


Riccardo Friede · "L'industria della carità" (che non ho letto) è quello che é: un'operazione di marketing ma anche di un giornalismo che -lo dico!- ha senso di essere. Scatena una guerra (alla fine inutile) perché conti e coscienze non sono tutte a posto. E' una guerra di carta, che parte da presupposti reali (sprechi, malversazioni, inefficenze) e che per essere combattuta a livello giornalistico deve per forza avere risposta animata da parte di chi è sotto attacco. Il punto centrale però è che alla fine si salvano solo i singoli, non l'esercito, cioé: solo certe ong possono confermare di essere posto, ma il settore delle ong tutto insieme proprio no. Bene che ogni tanto, anche "grazie" a operazioni come questa, si metta un po' di pepe in giro.
A parte queste condiserazioni, io sono "melandriano", fissare standard e percentuali massime e minime è inappropriato. Oppure, se le vuoi fissare, devi essere di una precisione diabolica nel suddividere correttamente tutte le possibili casistiche. Detto questo, se la "macchina" che c'è dietro lavora bene (e questo io dico sta a me verificarlo nei modi in cui mi è possibile!) sono contento che usi la mia donazione per: gestire la mia donazione, accantonare per l'organizzazione, coprire costi diretti di progetto, coprire costi indiretti. Il marketing fa parte degli "accantonamenti" per l'organizzazione e dei costi indiretti di progetto. E so anche bene che, nella sterminata varietà delle organizzazioni, ci sono quelle che riusciranno a far arrivare veramente il 98% della donazione direttamente sul campo e quelle che faranno arrivare il 50% e anche quelle che faranno arrivare il 10%. Ma dipende da fasi di vita dell'organizzazione, il tipo di costi che sono computati... dipende.
Comunque, dico un'altra cosa... una "Assoconsumatori con gli occhi puntati sul non profit"? E' questo che manca, un civismo critico sul management e sui prodotti e servizi del non profit così come c'è già sul profit e sui suoi prodotti e servizi, con tutto ciò di buono che rappresenta e produce. Magari non risolverebbe, ma cambierebbe le cose in meglio, di questo ne sono convinto...

2013-02-03T01:24:28+01:00


Edoardo Faletti · Concordo con te sulla necessità di un organo di controllo sulle noprofit e rilancio: a mio parere ci andrebbe una ristrutturazione generale, a partire dalle troppe differenziazioni che esistono, per molti versi solo nella nomenclatura: associazione di volontariato, di promozione sociale, onlus (che non è un ordinamento a se stante, ma confonde le idee) e altre tipologie. Spesso succede che associazioni di ordinamenti diversi operino negli stessi ambiti e con le stesse modalità, e allora che senso ha averne una di promozione sociale e un'altra sportiva dilettantistica onlus (ipotizzo)? L'unico vincolo dev'essere la distinzione tra profit e noprofit, altrimenti si rischia di penalizzare (o favorire) un ordinamento piuttosto che un altro. Fatto che succede abbastanza spesso perché l'accesso a determinati servizi o bandi è vincolato dalla ragione sociale. E anche riguardo all'attività commerciale ci sono degli aspetti che non mi convincono: al momento ci sono dei vincoli troppo aleatori (http://bit.ly/ZuUvWQ), basterebbe mettere un tetto calcolato con una percentuale a scalare sul bilancio PUBBLICO (per dire: hai 20.000 euro in bilancio, puoi fare attività commerciale per il 70%, ne hai 1.000.000? Puoi farne per il 10%. Numeri e proporzioni sono assolutamente a caso). In un momento senza soldi io azzarderei, è un rischio? Non so, la palla la giro a voi!

2013-02-03T19:14:57+01:00


Edoardo Faletti · Nel link mi riferisco soprattutto al punto 5. Mi sono dimenticato di scriverlo, scusate.

2013-02-03T19:17:03+01:00